Quando suona la sveglia la domenica mattina, l’aria sembra diversa. Più frizzante. Il tempo scorre lentamente nell’attesa della partita che aspetti da tutta la settimana. Nell’immaginario comune si pensa al tifoso che si prepara allo stadio, magari mentre si fa la barba prima di uscire di casa. Ma quella stessa scena può appartenere anche a una tifosa che si sistema davanti allo specchio, si trucca e si prepara a vivere la stessa identica giornata.

Perché le donne non stanno “entrando” nel calcio: ci sono sempre state. Semplicemente, per molto tempo sono rimaste invisibili nel racconto di questo sport. Eppure basta guardarsi attorno sugli spalti per accorgersi che la loro presenza non è affatto marginale. Il numero di tifose autonome – abbonate, presenti in curva o semplicemente fedeli alla propria squadra – è in costante crescita e rappresenta ormai una parte stabile del pubblico degli stadi italiani.

Accanto alle tifose della domenica, il calcio italiano è stato attraversato anche da numerose figure femminili che hanno saputo ritagliarsi un ruolo importante all’interno di questo mondo. Tra queste c’è Evelina Christillin, dirigente sportiva di primo piano che dal 2016 al 2025 è stata membro del Consiglio FIFA in rappresentanza della UEFA. Eletta al Congresso UEFA di Atene, ha ricoperto il ruolo di rappresentante femminile nel massimo organo calcistico mondiale, venendo confermata nel 2021 e concludendo il suo mandato nell’aprile del 2025.

Un altro volto noto per chi segue il calcio in televisione è quello di Alessia Tarquinio. Giornalista sportiva da oltre vent’anni, prima a Sky e oggi su Prime Video, racconta il calcio da bordo campo con competenza e professionalità. Nel corso della sua carriera ha conquistato la fiducia del pubblico anche grazie a uno stile diretto e a una capacità di creare momenti spontanei con i protagonisti del gioco, come dimostrano i siparietti diventati virali con alcuni calciatori, tra cui Jude Bellingham.

Se si guarda invece al calcio giocato, è impossibile non citare una pioniera come Carolina Morace. Con la maglia della nazionale italiana ha collezionato 153 presenze segnando 105 reti e sfiorando la vittoria del Campionato Europeo in due occasioni, nel 1993 e nel 1997, entrambe concluse con la finale. Il suo rapporto con il calcio non si è fermato al termine della carriera da calciatrice: dopo aver guidato il settore femminile della Lazio, nel 1999 è diventata allenatrice della Viterbese, entrando nella storia come la prima donna a guidare una squadra maschile nel calcio professionistico italiano.

Ma le storie di donne nel calcio non appartengono soltanto ai grandi palcoscenici nazionali o internazionali. Anche nella realtà calcistica più vicina a noi emergono figure femminili che stanno contribuendo alla crescita e alla gestione di questo sport. È il caso della Claudia Rizzo, recentemente nominata presidente della Ternana Calcio, diventando la prima donna a ricoprire questo ruolo nei cento anni di storia del club umbro. Un passaggio simbolico ma significativo, che dimostra come anche in contesti tradizionalmente maschili il cambiamento stia avvenendo in modo naturale.

All’interno della stessa società rossoverde un altro ruolo fondamentale è ricoperto dalla dottoressa Alessandra Favoriti, responsabile medica della Ternana dal 2022. Il suo percorso nel mondo della medicina sportiva inizia però molto prima: dal 2014 è infatti impegnata nel campo della medicina applicata allo sport, contribuendo con competenza e professionalità alla tutela della salute degli atleti.

Nonostante queste storie, il calcio femminile in Italia continua a essere seguito con numeri inferiori rispetto ad altre nazioni europee. Paesi come l’Inghilterra rappresentano un modello interessante da osservare. Lì, ad esempio, il Chelsea Women disputa le partite più importanti nello stesso stadio della squadra maschile, lo Stamford Bridge, offrendo ai tifosi un contesto adeguato e contribuendo a dare maggiore visibilità allo spettacolo sportivo. In Italia, invece, capita ancora spesso che le partite femminili vengano giocate in impianti secondari o poco valorizzati, non sempre all’altezza della crescita del movimento.

Accanto alle infrastrutture, anche il racconto mediatico potrebbe fare la differenza. Parlare delle giocatrici come atlete, raccontarne le storie, creare programmi e approfondimenti dedicati aiuterebbe a costruire una narrazione più solida attorno al movimento. Allo stesso modo, una maggiore integrazione con le società maschili – ad esempio includendo le partite femminili negli abbonamenti o investendo con continuità nei settori giovanili – potrebbe contribuire a rafforzare il legame tra tifosi e squadre. Il calcio femminile, tuttavia, non deve diventare una copia di quello maschile. Deve piuttosto trovare il proprio spazio nel calendario, nel racconto e nell’immaginario dei tifosi. Anche perché il pubblico potenziale esiste già: è lo stesso che ogni domenica riempie gli stadi italiani e tra cui le donne sono presenti da molto più tempo di quanto spesso si racconti.

In fondo il calcio ha bisogno soprattutto di questo: raccontare la realtà per quello che è già. Ogni domenica, sugli spalti degli stadi italiani, migliaia di donne tifano, discutono, soffrono e festeggiano esattamente come gli uomini. Continuare a costruire barriere di differenziazione non serve. Basta guardarsi attorno per rendersi conto che la componente femminile del calcio non è mai mancata.

Sezione: Copertina / Data: Dom 08 marzo 2026 alle 16:00
Autore: Martina Pulloni
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