La VAR o il VAR? Da quando è stata introdotta la tecnologia in campo ancora non è chiaro a tutti la sua definizione corretta, ma non tanto nel genere (anche perché quella ce l’ha data ormai l'Accademia della Crusca definendola correttamente come maschile) quanto invece sul suo corretto utilizzo.
Oggi il presidente della commissione arbitri Fifa Pierluigi Collina ha provato a dire la sua sul tema: “L'obiettivo del VAR era un altro: eliminare gli errori che influiscono sul risultato e mi pare che l'obiettivo sia stato raggiunto. Dobbiamo comunque fare di tutto per non ricorrere alla tecnologia: grazie alla preparazione e la qualità di chi scende in campo”.
Da qui la domanda sorge spontanea: “Perché fare di tutto pur di non ricorrere alla tecnologia?”. Se c’è utilizziamola, anche solo per fugare ogni dubbio. Ma che lo strumento fosse utilizzato come un correttivo è chiaro sin dal regolamento: “Il VAR viene utilizzato soltanto in caso di chiaro ed evidente errore da parte del direttore di gara”.
Premesso che il protocollo può cambiare e cambierà ancora visto che siamo soltanto ai primi anni di utilizzo massivo del VAR, sul concetto di “chiaro ed evidente” se ne è parlato molto, ma non sempre in maniera chiara. Anche sul fuorigioco su cui ci sentivamo più sicuri (l’off-side è un dato oggettivo, si tira la linea e si vede se è il giocatore è al di là o meno) ci sono stati dei casi in cui abbiamo scoperto che anche la macchina più moderna ha margine di errore. E poi la domanda di ogni tifoso: “ha senso chiamare un fuorigioco di qualche millimetro quando in realtà non possiamo esserne veramente sicuri che lo sia davvero?” Anche in questo caso però la tolleranza della macchina è già prevista quando viene chiamato il fuorigioco. E diciamo che tutto sommato è stato ormai metabolizzato.
Quello che non è stato ancora metabolizzato è il diverso metro di giudizio. Che avviene quando c’è la discrezionalità. Se si mette in discussione una posizione oggettiva, figuriamoci una posizione soggettiva come interventi da rigori e tocchi di mano.
Sul tocco di mano addirittura la regola è soggetta sempre a modifiche. Una volta si punisce sempre, un’altra dipende dalla posizione del braccio… insomma ogni anno una nuova interpretazione. L’ultima è: “nel valutare il mano/braccio che rende il corpo di un giocatore ‘innaturalmente più grande’, gli arbitri dovrebbero continuare a usare il loro giudizio nel determinare la validità della posizione della mano/braccio in relazione al movimento del giocatore in quella situazione”. Risultato? Solo tanta confusione, anche degli addetti ai lavori (giocatori, allenatori) e di questa confusione chi ne paga le conseguenze è la classe arbitrale. Tanto più che oggi l’errore non è più contemplato (“ma come l’ha vista anche in tv!!”). E sulla discrezionalità si gioca tutto: ecco perché vediamo sempre più spesso episodi simili portare a decisioni diverse, quasi al limite del paradossale, e lo stesso vale con l’utilizzo della VAR.
Così il mani in area di rigore, o presunto tale, in Como-Reggina porta il direttore di gara Miele a fischiare il penalty, dopo essere stato richiamato al Var, mentre Guida in Perugia-Ternana su un episodio simile nemmeno lo va a riguardare. Ecco episodi quasi identici per dinamiche di gioco, decisioni diverse.
Con questo non si vuole sindacare sulla bontà delle decisioni, su quelle ci pensa chi ne è competente, ma l’impressione è che piuttosto che valorizzare il torneo, come ha detto ai microfoni di Sky il Presidente della Lega di B Balata, l’utilizzo che del VAR se ne sta facendo sta creando sempre più, e non soltanto in B, un malcontento generale soprattutto tra i tifosi e non solo.
In definitiva, nessuno qui sta proponendo di eliminare i VAR, ma forse è arrivato il momento di chiederci se la ricerca dell’obiettività a tutti i costi non stia diventando il vero problema, se non stiamo rendendo più tossico il nostro modo di vivere il calcio, anziché il contrario. Una soluzione sarebbe quella di fornire a tutti gli elementi per poter comprendere la decisione del VAR o dell’arbitro in quel momento. E siccome questo non è possibile basterebbe che il direttore di gara spiegasse (anche senza domande o contraddittorio) quello che ha deciso (insieme ai suoi colleghi) in determinati momenti dell’incontro, quelli più difficili.
Poi ognuno rimarrà magari della propria idea, ma magari no. E comunque ci sarebbe la certificazione della discrezionalità. Ovvero sapremmo perché l’arbitro in quel contesto ha fischiato in quel modo. E’ giusto - come dice Collina - mantenere la centralità del campo. Solo in campo si capisce l’entità di un contatto in area. Altrimenti alla tv diventerebbe un calcio di plastica...
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