Un declino irreversibile. È quello che ha portato lo stadio Liberati ad una capienza da serie D, ad una immagine che si sposa alla perfezione con il campionato che è chiamata a disputare. Perché togliere i due anelli superiori e ridurre la disponibilità di posti ai soli parterre vuol dire “mutilare” l’impianto che era nato con l’idea o il sogno visto come sono andate le cose, di chiuderlo come il Bentegodi di Verona uscito dalla penna dello stesso architetto e completato sin dalla costruzione. A Terni no. Le curve sono rimaste staccate: due blocchi i distinti A con due curve ai lati e i distinti B con identica conformazione. Da una parte e dall'altra due grandi vuoti. Uno dei quali si pensò di riempirlo con quell’appiccico della curva San Martino stante i fasti della Ternana che viaggiava in serie A. Sono passati più di 50 anni e il Liberati è lì, mutilato nelle strutture ormai in molte parti fatiscenti. Inadeguato alle esigenze di chi gioca e di chi va a vedere, di chi nell’impianto deve pure lavorarci.

Come siamo giunti a questa situazione? Semplice: mancanza di manutenzione e mancanza di progettualità da parte di chi ha gestito la Ternana. E quando qualcuno ha pensato bene di metterci le mani sono saltati fuori, puntuali come cronometri svizzeri i ricorsi al Tar che tutto bloccano in un paese che a livello d’impiantistica sportiva è tra i più immobili del mondo. Specie se si parla di calcio. Quasi una bestemmia pensare di demolire uno stadio e farne un altro funzionale, accogliente, redditivo. Guai. Meglio tenerli a morire tra le mani di amministrazioni comunali che per mancanza di fondi e anche di idee vegliano il morto.

È la fine dello stadio Liberati, teatro di scontri politici e ideologici più che di confronti calcistici. Perché quest’ultima mutilazione non è altro che la tappa, forse l’ultima, prima di arrivare al traguardo: la chiusura. Che poi farà urlare tutti, gli uni contro gli altri a cercare di scaricarsi di responsabilità, di nettarsi le coscienze. La fine del Liberati è irreversibile perché intervenire per rimetterlo in sesto costerebbe pacchi di milioni senza renderlo comunque adeguato alle necessità. È un impianto da rifare nell’architettura, nei servizi, nella concezione. Difficile negarlo anche se oggi torneremo ad assistere al solito balletto ormai insopportabile.

C’è soltanto una cosa da fare ed è a carico della politica locale e regionale. Smettere di litigare e trovare la soluzione che poi è lì, sul tavolo. Anche il Tar l’ha indicata ma a qualcuno non piace. Forse preferisce ammirare il degrado di uno stadio che è stato storia di una città e tale resterà anche se dovesse (speriamo) cambiare aspetto e adeguarsi ai tempi.

Sezione: Editoriale / Data: Mer 26 agosto 2026 alle 13:30
Autore: Massimo Laureti
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