Anni ’60, anni favolosi per tanti aspetti, anni in cui probabilmente si aveva molto meno di ciò che abbiamo oggi ma ci si divertiva con quello che si aveva, in maniera semplice e spensierata dopo le sofferenze atroci di una guerra che aveva lasciato ferite profonde in tutto il Paese. Ed il calcio era uno dei maggiori divertimenti per gran parte della popolazione, specie in una città di provincia come Terni.
Per la tifoseria rossoverde gli anni ’60 sono stati ricchi di gioie dato che hanno rappresentato quelli del riscatto sportivo dopo le delusioni cocenti degli anni ’50. Infatti proprio al termine della stagione 1963-’64 la Ternana riuscì a vincere il campionato di serie D, tornando così in serie C, dopo che negli anni precedenti era precipitata addirittura in Promozione Regionale, la categoria più bassa della storia rossoverde. E nella stagione 1967-’68 riesce finalmente a vincere quel campionato di C e tornare così in serie B, categoria che mancava a Viale Brin addirittura da venti anni.
A cavallo di queste due promozioni, nella stagione 1965-’66, arriva in maglia rossoverde un giovane che sarà destinato a fare molta strada nel mondo del calcio arrivando a vestire anche la maglia della Nazionale. Un nome che ancora oggi è sulla cresta dell’onda, sempre nel mondo del calcio, anche se non più come protagonista attivo ma come opinionista sportivo: Aldo Agroppi.
Agroppi nasce a Piombino (LI) il 14-04-1944 e cresce calcisticamente, nel ruolo di centrocampista, nella squadra della sua città, per poi approdare molto giovane nel Torino, società di cui poi diventerà una “bandiera” negli anni ’70.
Successivamente vestirà la maglia dei nostri cugini perugini, società con cui chiuderà la carriera calcistica.
Chiusa la carriera di giocatore ne inizia un’altra non meno ricca di soddisfazioni, quella di allenatore, che lo vedrà sedere sulla panchina di numerose società prestigiose, come ad esempio la Fiorentina.
Oggi Agroppi vive nella sua città natale e ancora si diverte, come abbiamo detto, nel mondo del calcio, nel ruolo di opinionista in diverse tv nazionali e non.

1) Che tipo di famiglia era la sua?

Una famiglia semplice ed estremamente povera. Mio padre lavorava all’Acciaieria di Piombino e fu licenziato; questo comportò la miseria per noi famigliari perché in quegli anni duri non era facile “sbarcare il lunario”.
Vivevamo in un quartiere popolare di Pisa, in uno di quei palazzi costruiti proprio per il popolo, molto fatiscente.
C’è però da dire che era una “povertà felice”, mentre oggi spesso capita di essere ricchi ma infelici: un apparente controsenso.
I miei genitori si separarono quando io avevo dieci anni e questo comportò un enorme dispiacere, considerando la mia giovane età. Inoltre avevo un fratello che morì per una grave malattia all’età di venti anni.
Mia madre, dopo la separazione, si trasferì a Milano ed io andai a vivere per molti anni con i miei nonni.
Nonostante tutto questo io ho una grande nostalgia di quei tempi!

2) Come comincia la storia di Agroppi nel mondo del calcio?

Da bambino i primi calci dati ad un pallone furono con gli amici in un campetto sterrato vicino casa, divertendoci tantissimo. Ricordo che ci spogliavamo sotto gli alberi che lo circondavano e tornavamo a casa solo con il buio, sempre sudati e sporchi e per questo motivo spesso poi ci aspettavano le sgridate delle nostre mamme.
Mio padre da giovane era stato un arbitro e quando si è capito che io non avevo nessuna voglia di studiare e mi si chiese cosa volessi fare “da grande”, io senza nessun indugio risposi: “il calciatore!”. Ovvio che lo caso in quel momento non era certo così scontata.
A quel punto lui mi aiutò tantissimo, dandomi sempre la spinta per non mollare, incitandomi a non arrendermi, anche quando da Piombino, dove ero uno dei giovani più promettenti, andai nel Torino, dove rimasi per tre stagioni e lì ero “uno dei tanti”, dove non giocavo quasi mai. Ma per non deludere mio padre, quando telefonavo a casa gli raccontavo qualche piccola bugia, come quella di aver giocato la domenica precedente e di aver anche realizzato dei goal.
Però feci enormi sacrifici e vedevo il calcio come l’alternativa a quello che sarebbe stato senza di esso: il duro lavoro, e probabilmente la miseria, come era stato per mio padre.

3) Come arriva a vestire la casacca delle Fere?

Dopo i tre anni nelle giovanili del Torino, dove non giocai molto, la Società decise di darmi in prestito al Genoa, dove pur facendo bene non fui riconfermato. A quel punto mi diedero in prestito alla Ternana, che faceva la serie C, ed io venni molto volentieri. Ricordo che per firmare il contratto andai con il mio babbo a Portofino, sul panfilo del Presidente Creonti.

4) Come era la vita a Terni in quell’epoca?

Una piccola città, semplice, dove ho avuto veramente tante amicizie vere.
Abitavo in Via della Bardesca, ospiti della famiglia Fioretti, insieme al mio compagno Depetrini, e ci facevano sentire veramente come fossimo loro famigliari, tante erano le loro amorevoli attenzioni nei nostri confronti. Molto spesso cucinavano anche per noi e la sera rimanevamo a casa con loro, magari per giocare a carte.
Con i miei compagni di squadra frequentavamo spesso il Ristorante Remigio, nei pressi di Piazza Valnerina, oppure Corso Tacito per la classica passeggiata con gli amici.
Ricordo che un tifoso mi soprannominò “Picasso” perché mi diceva che quando mi vedeva giocare gli sembrava di vedere un quadro di quell’artista.
Ricordo tanti altri personaggi dell’ambiente rossoverde di quell’anno, come un tifoso appassionato che si chiamava “Bacchio”. E poi Varo Conti, il massaggiatore Madolini.
Eravamo orgogliosi di giocare nel vecchio stadio di Viale Brin, vicino alle Acciaierie. E questo non solo perché molti tifosi erano operai di quella Società, con i tifosi che erano vicini al campo, ma soprattutto perché anche per noi aveva un valore simbolico: ci sentivamo anche noi operai!!!!
Per me poi aveva anche il potere di ricordarmi la mia infanzia a Piombino: emotivamente coinvolgente!

5) Arrivò alla Ternana quando la Società rossoverde partecipava al campionato di serie C, con alla guida Mister Caciagli. Che tipo di allenatore è stato per Agroppi?

Un fiorentino di una simpatia unica!
All’inizio non è che mi vedesse molto, poi però, evidentemente, lo convinsi a cambiare idea se è vero, come è vero, che giocai quasi tutte le partite.
Lo ritrovai anni dopo, quando io ero allenatore della Primavera del Perugia, andammo a Ferrara, dove lui era allenatore della prima squadra della Spal. Appena mi vide mi disse, con il suo slang fiorentino: “Oh Agroppi, io con te non c’ho capito nulla! Tu eri veramente forte. Sei arrivato a giocare con la Nazionale. Non c’ho capito nulla!”
Io arrivai a Terni che ero un giovane esordiente in serie C e quella era una Ternana veramente forte, con molti giocatori di valore, come Nicolini, Liguori, Sciarretta, Cavicchia, Bonassin, Germano, ecc. Infatti al termine della stagione ci piazzammo terzi in classifica, alle spalle di Arezzo e Prato.

6) A nove partite dal termine Mister Caciagli fu esonerato ed al suo posto arrivò Mister Cioni. Quali le differenze con il predecessore?

Un allenatore “fatto in casa”, visto che lui aveva una storia in rossoverde, anche da calciatore. Sinceramente però non mi spiegai l’esonero di Mister Caciagli, visto i risultati che aveva ottenuto fin lì.

7) Come era l’ambiente dello stadio di Viale Brin, per tutti i ternani conosciuto con l’appellativo de “La Pista”?
E’ vero che il tifo ternano di quei tempi era molto appassionato, ed il fatto di averlo molto vicino al campo era spesso determinante?

Uno stadio “civettuolo”, nel senso che era piccolino, con i gradoni delle tribune molto vicini al campo. Questo ti permetteva di sentire il grandissimo calore dei nostri tifosi, sempre presenti in maniera numerosa e molto “rumorosa” e questo per noi era un grandissimo vantaggio.

8) In quella stagione in rossoverde realizza sei goal. Ricorda quale fu quello che le diede maggiore soddisfazione in quel momento?

9) In quel campionato la Ternana si piazzò in terza posizione, anche se a pari punti con la Massese e a molti di distacco dall’Arezzo, promosso in serie B.
Che campionato fu per Agroppi?

E’ stato importantissimo per la mia carriera. Il fatto di aver giocato quasi tutte le partite e di aver realizzato quei sei goal fu il timbro che dava delle certezze. Un centrocampista che realizzava goal non era molto comune nel calcio di quegli anni. Fu per questo motivo che il Torino mi riscattò e mi mandò in B a Potenza l’anno successivo, a “farmi le ossa”, per poi riportarmi in granata, dove poi rimasi parecchie stagioni.

10) Lei scese in campo in entrambi i derby con il Perugia (Perugia-Ternana 0-1, il 31-10-1965; Ternana-Perugia 2-1, il 06-03-1966). Successivamente lei vestirà anche la maglia della compagine biancorossa in serie A e, qualche anno dopo, siederà anche sulla panchina del Grifo. Ricorda quanto era sentita quella partita negli ambienti delle due città?

I derby sono un po’ simili in tutte le città ed in tutte le categorie, sempre molto sentiti dalla tifoseria e dall’intera città, che li vive con il senso di orgoglio cittadino, per il senso di appartenenza e poi anche per la classifica. Quindi tutto questo appena descritto valeva ovviamente anche per i tifosi rossoverdi.
Si cominciava già dalle settimane precedenti a parlarne, con i tifosi che ti incitavano a fare il massimo per vincerli.
Vincere un derby significava anche campare un po’ di rendita per qualche settimana perché i tifosi poi ti erano riconoscenti.

11) Qual è stato il rapporto di Agroppi con il Presidente Creonti, che ricordiamo proveniva proprio dalla dirigenza del Torino, società proprietaria del suo cartellino?

Come detto, mi fece una gran bella impressione fin dalla prima volta che lo incontrai a Portofino, quando andai a firmare per le giovanili del Torino. Impressione poi confermata quando lo ritrovai alla Ternana.
Una persona semplice, educatissima, sempre gentile e disponibile, nonostante fosse molto ricco.
Con il suo modo di fare non ci ha mai fatto pesare troppo una sconfitta o un risultato che non lo soddisfaceva: gran bella persona!

12) Nella rosa della Ternana di quel campionato 1965-’66 c’era un altro calciatore che avrebbe successivamente fatto una carriera importante, arrivando in serie A: Franco Liguori. Che ricordi ha del suo ex-compagno di squadra?

Franco è un grande amico ed ancora ci sentiamo abbastanza spesso. Una persona educata, umile e sempre disponibile con gli amici.
Era diventato il più forte mediano italiano, anche più forte del sottoscritto, grazie all’intuito di Mister Edmondo Fabbri, che nel Bologna lo fece giocare in quel ruolo, mentre alla Ternana aveva sempre giocato sulla fascia destra.
Aveva una buonissima tecnica, bella corsa, una visione di gioco eccezionale e l’incidente occorsogli nella partita Milan-Bologna (2-1, il 10-01-1971) con lo scontro di gioco con Romeo Benetti, gli ha letteralmente stroncato una carriera che sarebbe stata di enorme successo.
Devo dire comunque che in quella squadra eravamo tutti amici, un gruppo unico e non c’era nessuna “testa calda” che avrebbe potuto destabilizzare lo spogliatoio.

13) Nell’estate del 1966 lei si trasferirà al Potenza in serie B. Una scelta della sua società di appartenenza o una decisione condivisa?

Dopo un buon campionato alla Ternana rientrai al Torino dove non mi ritennero ancora pronto per la serie A e quindi mi mandarono in prestito al Potenza in serie B, dove feci abbastanza bene, giocando quasi tutte le partite e realizzando tre reti. Quindi, nella stagione successiva feci rientro al Torino, dove poi sarei rimasto per ben otto stagioni.

14) Lei avrà modo di tornare a calcare il campo di Terni con la maglia del Toro, questa volta quello del Liberati, in tre occasioni (Ternana-Torino 0-1, in Coppa Italia, il 30-08-1970; Ternana-Torino 0-0, l’11-02-1973 e Ternana-Torino 2-1, il 02-03-1975), entrambe in serie A. Ricorda quale accoglienza le riservarono i suoi ex-tifosi rossoverdi?

Fui accolto sempre bene dai tifosi rossoverdi perché, come ripeto, io a Terni ci avevo vissuto benissimo in quella mia stagione in rossoverde e Terni la porto ancora nel cuore.
Nel 1970, quando tornai per la prima volta a Terni da avversario, eravamo in ritiro a Sangemini e non avevo ancora firmato il contratto. Pur di scendere in campo al Liberati accettai le condizioni proposte dalla Società del Torino, rinunciando a qualcosina in più rispetto a ciò che mi era stato proposto.
Quando vidi il Liberati per la prima volta dissi subito che quello era uno dei migliori campi d’Italia. Ma d’altra parte non avevo nessun dubbio che fosse così, visto che a curarlo era il mitico Natalino, custode anche dello stadio di Viale Brin.

15) Nella sua carriera da calciatore quale è stato il momento in cui ha capito che il calcio sarebbe stato il suo futuro?

Ho cominciato a sperarci quando Mister Fabbri mi aggregò in prima squadra nel Torino e mi fece esordire in serie A. Quello fu un giorno che non dimenticherò mai, non solo per il mio esordio, ma perché era il 15-10-1967, il giorno che morì il mio compagno di squadra Meroni.
Poi la certezza ho cominciato ad averla dopo aver giocato le prime dieci partite da titolare, perché ovviamente una sola partita non avrebbe avuto un gran significato. Lì ho capito che potevo farcela.

16) C’è una scelta che ha fatto nella sua carriera professionistica che ancora si rimprovera di averla fatta?

Per quanto riguarda la mia carriera da calciatore non ho grossi rimpianti per le mie scelte perché sono state sempre ben ponderate da parte mia. Speravo di finire la carriera al Toro ma la Società decise di cedermi al Perugia, dove sono stato per due stagioni, chiudendo la carriera, e dove mi sono trovato benissimo, quindi non ho nessuna recriminazione da fare.

17) Nel calcio dei suoi tempi contava di più la fantasia o la fisicità?

Io credo che un calciatore cosiddetto “fantasista” sappia giocare veramente al calcio, però in una squadra servono anche giocatori che abbiano aggressività, corsa ecc., perché non si può mai vincere con undici fuoriclasse in squadra, così come non puoi vincere con undici “picchiatori”.

18) Lei ha avuto anche un’ottima carriera da allenatore. Secondo lei quali sono le doti che deve avere un buon mister?

Prima di tutto un allenatore, per poter avere i risultati, deve avere una Società ben strutturata alle spalle, con un Presidente molto presente nei confronti della squadra e di tutto l’ambiente.
Secondo me anche un allenatore bravissimo può incidere per non più di un 25%, poi il resto dipende dalla qualità dei calciatori a disposizione.
L’allenatore deve essere soprattutto un buon “psicologo” per capire le varie personalità dei giocatori e deve avere degli ottimi collaboratori che lo aiutano nei suoi compiti.

19) E’ più affascinante il campionato attuale o quello dei suoi tempi? Perché?

Ai miei tempi si dava più importanza allo spettacolo e c’era il piacere di vedere il bel gioco, con alcuni giocatori di grande classe, come Rivera, Mazzola, Claudio Sala, Corso, Boninsegna, Riva, Pulici, ecc. Oggi dove sono i giocatori italiani di questo livello? Si deve andare a prenderli all’estero purtroppo.
Soprattutto non c’era tutto quello che di negativo, secondo me, c’è oggi, come le pay-tv, la var, il quarto uomo, i procuratori, ecc.
Insomma molti meno interessi intorno al pallone!

20) Se avesse la possibilità di cambiare a suo piacimento il calcio italiano, cosa farebbe prima di tutto?

Prima di tutto togliere il var, che secondo me non aiuta ma anzi aumenta la confusione. Ci sono quattro arbitri e credo che dovrebbero essere sufficienti. Poi metterei la regola del tempo effettivo giocato perché oggi non si sa mai quando una partita deve terminare ed il risultato può determinare anche le sorti di un campionato, con uno scudetto o una retrocessione all’ultimo secondo di recupero.

21) Per concludere, cosa è stato il calcio nella sua vita?

E’ stato il divertimento, il guadagno che mi ha permesso di vivere agiatamente, la possibilità di girare il mondo. Sono arrivato a giocare in Nazionale.
Ho raggiunto insomma tutto quello che era nelle mie possibilità, grazie al mio grande spirito di sacrificio, che forse non tutti hanno.
Probabilmente non ero un grandissimo giocatore però le rinunce che ho fatto, come la discoteca, le donne, le potenti automobili, ecc., mi hanno ripagato perché mi sono veramente sacrificato per ottenere quello che poi ho ottenuto.

La carriera di Aldo Agroppi in rossoverde:

1965-’66(Serie C):Presenze in campionato:26,Goal realizzati:6

La carriera di Agroppi calciatore:

1954-’61: Piombino (Giovanili)
1960-’61: Piombino (Serie D) Presenze: 3 Goal: 0
1961-’64: Torino (Giovanili)
1964-’65: Genoa (Giovanili)
1965-’66: Ternana (serie C) Presenze: 26 Goal: 6 1966-’67: Potenza (serie B) Presenze: 35 Goal: 3 1967-’75: Torino (serie A) Presenze: 212 Goal: 15 1975-’77: Perugia (serie A) Presenze: 37 Goal: 2

Nazionale:
1968: Italia B Presenze: 1 Goal: 0 1972-‘73: Italia Presenze: 5 Goal: 0


La carriera di Agroppi allenatore:

1978-’80: Perugia (Giovanili)
1980-’81: Pescara (Serie B)
1981-’82: Pisa (Serie B. Promozione in serie A)
1982-’83: Perugia (Serie B)
1983-’84: Padova (Serie B)
1984-’85: Perugia (Serie B)
1985-’86: Fiorentina (Serie A)
1987-’88: Como (Serie A)
1989-’90: Ascoli (Serie A)
1992-’93: Fiorentina (Serie A)

Il palmarès di Agroppi calciatore:
1964-’65: Genoa (giovanili): Vince il Torneo di Viareggio
1967-’68: Torino: Vince la Coppa Italia 1970-’71: Torino: Vince la Coppa Italia

Il palmarès di Agroppi allenatore:
1981-’82: Pisa: Serie B. Promozione in serie A

Marco Barcarotti

(intervista realizzata nell’Agosto 2019)

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Sezione: Focus / Data: Sab 29 febbraio 2020 alle 19:00
Autore: Ternananews Redazione
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